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Normativa previdenziale, civilistica e fiscale sulle assunzioni di familiari

Parere di carattere Fiscale

La risposta viene inviata via email, su carta intestata  dal professionista che risponde e firmata. Quindi utilizzabile a tutti gli effetti come un parere scritto da un qualsiasi esperto  "in persona".

Costo del Servizio: 400 euro (iva inclusa)

 

DOMANDA:

Avendo riscontrato pareri discordanti, si chiede la normativa – previdenziale, civilistica
e fiscale – sulle assunzioni, da parte di ditte individuali o società di persone, di familiari
(genitori, figli, fratelli o sorelle).

 

RISPOSTA:
Il lavoro familiare non è mai stato oggetto di un’organica ed esauriente regolamentazione legislativa. Pertanto, è d’immediata evidenza la difficoltà di definireunitariamente la nozione di “lavoro familiare”, in modo da ricomprendere tutte le possibili articolazioni della fattispecie astratta. Per stabilire, nel concreto, se il rapporto tra datore di lavoro e familiare realizzi lo schema legislativo delineato dall’art. 2094 c.c., dovrà essere accertata, caso per caso, l’esistenza dei requisiti della subordinazione e dell’onerosità delle rispettive prestazioni, al fine di superare la presunzione, sia pure relativa, di gratuità delle prestazioni lavorative rese fra persone conviventi legate da vincolo di parentela o affinità. La prova in parola dovrà essere precisa e rigorosa. Essa non può essere evinta dalla sola circostanza che l’attività lavorativa, anziché svolgersi nello stretto ambito della vita familiare, rientra nell’esercizio di un’impresa, qualora questa sia gestita e organizzata con criteri prevalentemente familiari e non anche prettamente imprenditoriali dell’azienda. Al riguardo, peraltro, va rilevato che la presunzione di gratuità opera soltanto nell’ipotesi di convivenza tra i soggetti del rapporto di lavoro, in quanto in tal caso effettivamente le relazioni di affetti familiari, di parentela e d’interessi giustificano la presunzione di gratuità. Al contrario, nelle ipotesi di soggetti non conviventi sotto lo stesso tetto ma appartenenti a nuclei distinti e autonomi, la presunzione di gratuità cede il passo a quella di normale onerosità del rapporto, superabile solo con precise prove in senso contrario. Alla luce di quanto sposto, la presunzione di gratuità può trovare applicazione per i rapporti instaurati nell’ambito delle imprese individuali, delle società di persone, o qualora si tratti di attività che non possono essere ricondotte nel concetto di impresa (per esempio, gli studi professionali). Minore applicazione possono avere invece nei confronti di società di capitali, salve particolari situazioni da valutare di volta in volta, in quanto la figura del datore di lavoro s’identifica nella società e non nella persona degli amministratori. Tali criteri, inoltre, non sono applicabili alle imprese familiari, nelle quali per definizione difetta il requisito della subordinazione. La Corte di cassazione ha stabilito che l’attività lavorativa e di assistenza svolta nell’ambito di un contesto familiare in favore del convivente di fatto normalmente rinviene la sua causa nei vincoli di solidarietà e affettività esistenti, i quali di norma sono alternativi ai vincoli tipici di un rapporto a prestazioni corrispettive, qual è il rapporto di lavoro subordinato, mentre qualche volta si può inquadrare il rapporto stesso nell’ipotesi dell’impresa familiare, applicabile anche alla famiglia di fatto considerato che la stessa rappresenta una formazione sociale atipica di rilievo costituzionale ai sensi dell’art. 2(Cass. civ., Sez. lav., 5632/2006). La principale categoria di controversie individuali è quella indicata all’art. 409, numero 1, c.p.c., che ricomprende tutte le controversie relative a rapporti di lavoro subordinato privato, anche se non inerenti all’esercizio di un’impresa, come il lavoro domestico e il lavoro a domicilio (Cass., 2221/1985). Il legislatore non offre una definizione di lavoro subordinato, preoccupandosi di definire esclusivamente, all’art. 2094 c.c., il prestatore di lavoro subordinato come colui che si obbliga mediante retribuzione a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro manuale o intellettuale alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore. Da tale definizione si può ricavare la nozione di lavoro subordinato e i criteri distintivi fra questo e altri rapporti di scambio aventi per oggetto il lavoro (autonomo, parasubordinato o associativo). Elemento centrale e determinante che distingue il lavoro subordinato dagli altri rapporti è il vincolo della subordinazione, che consiste, per il lavoratore, nell’assoggettamento gerarchico all’imprenditore e, per il datore di lavoro, nel potere di impartire le direttive al lavoratore e di vigilare sul suo operato. L’accertamento dell’esistenza del vincolo della subordinazione non è sempre di evidenza immediata. La giurisprudenza, dunque, ha individuato una serie di elementi a cui può essere fatto ricorso in via sussidiaria, se in concreto l’esistenza del vincolo risulta dubbia. Per accertare la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato può essere fatto tra l’altro ricorso ai seguenti elementi: – oggetto della prestazione, che nel caso del lavoro subordinato è dato dalle energie lavorative applicate secondo le direttive, la vigilanza e il controllo del datore; nel caso del lavoro autonomo, invece, dal risultato dell’attività organizzata dal prestatore; – inserimento della persona del lavoratore nell’organizzazione aziendale; – valutazione dell’incidenza soggettiva del rischio attinente all’attività lavorativa che incombe in misura più evidente e completa sul lavoratore autonomo, mentre ricade sul datore di lavoro nell’ipotesi di lavoro subordinato; organizzazione del lavoro a cura oppure no del destinatario della prestazione lavorativa (la sussistenza della prima circostanza depone nel senso dell’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato); – la dichiarazione di volontà in merito alla natura giuridica del rapporto di lavoro (nomen iuris) espressa dalle parti; – la continuità della prestazione lavorativa; – la predeterminazione della retribuzione e le sue modalità di erogazione. Le prestazioni lavorative rese tra persone conviventi legate da vincoli di parentela o affinità si presumono gratuite e non ricollegabili a un rapporto di lavoro, a meno che la parte che sostiene il contrario non provi in modo rigoroso l’esistenza di un rapporto contraddistinto dall’onerosità delle prestazioni stesse (Cass., 18284/2003 e 620/1989). La presunzione di gratuità delle prestazioni lavorative rese in ambito familiare, che trova la sua fonte nella circostanza che tali prestazioni sono normalmente rese affectionis vel benevolentiae causae, non può ritenersi così assoluta o rigorosa da escludere in modo assoluto la prova contraria. (Nella specie, la Suprema Corte ha cassato con rinvio la sentenza di merito che, sulla base della presunzione suddetta e con motivazione illogica, non aveva tenuto conto dell’emersione di circostanze indicative della non gratuità delle prestazioni lavorative offerte dalla moglie infermiera in favore del marito medico). Nel caso di prestazioni lavorative tra persone legate da vincoli di parentela o affinità, la presunzione di gratuità e di non ricollegabilità delle medesime a un rapporto di lavoro opera solo quando i soggetti a esse interessati convivono sotto il medesimo tetto. Peraltro, la non operatività della presunzione, per il difetto dell’elemento della convivenza, non libera la parte che deduce la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato dall’onere di provare, in caso di contestazione, tuttigli elementi costitutivi di tale rapporto e, segnatamente, l’obbligatorietà e continuità della prestazione lavorativa e, con l’inserimento del prestatore d’opera nella struttura organizzativa dell’impresa, il vincolo di subordinazione dello stesso al potere disciplinare, direttivo e organizzativo del datore di lavoro (Cass., 14579/1999 e Cass. civ., Sez. lav. 10664/1994). Per negare che le prestazioni lavorative svolte nell’ambito di un gruppo parentale diano luogo a un rapporto di lavoro subordinato o di parasubordinazione, occorre accertare l’esistenza di una partecipazione costante dei vari membri alla vita e agli interessi del gruppo, ossia uno stato di mutua solidarietà e assistenza, dovendo in difetto di ciò – specie quando le prestazioni lavorative siano svolte nell’ambito di un’attività professionale esercitata al di fuori della comunità familiare – escludersi l’ipotesi del lavoro gratuito, la cui presunzione peraltro non opera quando i soggetti non convivano sotto il medesimo tetto ma stiano in unità abitative autonome e distinte. Per negare che le prestazioni lavorative svolte nell’ambito di un gruppo parentale diano luogo a un rapporto di lavoro subordinato o di parasubordinazione, occorre accertare l’esistenza di una partecipazione costante dei vari membri alla vita agli interessi del gruppo, ossia uno stato di mutua solidarietà e assistenza, dovendo in difetto di ciò, specie quando le prestazioni lavorative siano svolte al di fuori della comunità familiare, escludersi l’ipotesi del lavoro gratuito, la cui presunzione, peraltro, non opera quando i soggetti non sono conviventi sotto il medesimo tetto ma in unità abitative autonome e distinte. In ambito fiscale è presto detto: occorre analizzare il contenuto dell’art. 62, comma 2, del d.P.R. 917/1986. Tale norma, riferendosi all’imprenditore individuale, dispone che “non sono ammesse deduzioni a titolo di compenso del lavoro prestato o dell’opera svolta dall’imprenditore, dal coniuge, dai figli, affidati o affiliati minori di età o permanentemente inabili al lavoro e dagli ascendenti, e dai familiari partecipanti all’impresa di cui all’art. 5, comma 4. I compensi non ammessi in deduzione non concorrono a formare il reddito complessivo dei percipienti”. Volendo affermare il medesimo principio con altre parole, il provvedimento in commento prevede l’indeducibilità dal reddito dell’imprenditore delle somme corrisposte a taluni familiari quale remunerazione del lavoro da costoro svolto nell’impresa. In sostanza, il legislatore ritiene che il provento attribuito dall’imprenditore al familiare che presta la propria opera nell’impresa costituisce, di fatto, una ripartizione dell’utile realizzato e, pertanto, non è configurabile come costo deducibile. Tale orientamento, del resto, è ampiamente illustrato e confermato nella risoluzione ministeriale 9/674 del 16 maggio 1980, relativa alla previgente normativa, con la quale è stato precisato che “l’indeducibilità sancita dal primo comma dell’art. 59 (ora art. 62, comma 2, del d.P.R. 917/1986) ha carattere sostanziale nel senso che è fatto divieto all’imprenditore di dedurre in sede di determinazione del reddito d’impresa le somme a titolo di compenso per il lavoro proprio e di quello del coniuge e dei figli minori”. La stessa relazione governativa al t.u. delle imposte dirette, nel commentare l’art. 62, ha precisato che la ragione per escludere tale deduzione consiste nella necessità di evitare artificiose manovre di contrazione degli utili con conseguente erosione della materia imponibile.In ambito previdenziale e più ampiamente nel campo del diritto del lavoro, le prestazioni lavorative rese fra persone conviventi legate da un rapporto di coniugio, di parentela o di affinità, si presumono gratuite e non ricollegabili a un rapporto di lavoro (circolare INPS 1798 dell’agosto del 1989). Tale presunzione può essere vinta dalla dimostrazione precisa e rigorosa, incombente alla parte che sostiene l’esistenza di un rapporto di lavoro, dei requisiti della subordinazione e dell’onerosità delle rispettive prestazioni (Cass., 1880/1980). La presunzione di gratuità sussiste anche nel caso di attività lavorativa eseguita nell’ambito di un’impresa, qualora questa sia gestita e organizzata, strutturalmente ed economicamente, con criteri prevalentemente familiari, e non quando l’impresa abbia notevoli dimensioni e, per quanto condotta da familiari, sia ammi nistrata con criteri rigidamente imprenditoriali (Cass., 2660/1984). Nel caso in cui i soggetti del rapporto di lavoro non siano conviventi sotto lo stesso tetto, ma appartengano a nuclei familiari distinti e autonomi, la presunzione di gratuità cede il passo alla normale onerosità del rapporto, superabile con la dimostrata sussistenza di sicuri elementi contrari (Cass., 3287/1986). Per quanto riguarda la remunerazione del lavoro familiare, si rinvia al numero 4872.

 

 

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