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People for Planet

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Aggiornato: 57 min 47 sec fa

La vignetta di Makkox sul 14enne morto in mare con la pagella cucita in tasca è la sola cosa che dovete vedere oggi

4 ore 57 min fa

Una vignetta che ritrae un ragazzino, immerso nelle profondità del mare insieme a simpatiche creature marine e alla sua pagella scolastica: ecco il disegno realizzato da Makkox che racconta una storia dal triste epilogo. Il vignettista, infatti, ha rappresentato la vicenda di un migrante 14enne proveniente dal Mali e morto nell’aprile 2015, mentre cercava di attraversare il Mediterraneo su un barcone. Un totale di 58 vittime accertate e tantissimi dispersi (si stima un totale di 700-900 morti).

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Disabilità: i Percorsi Tattili di Capodimonte

11 ore 15 min fa

Garantire a tutti l’accesso ai musei e alle opere d’arte. E’ questo il significato dei “Percorsi Tattili e Narrativi” messi a punto nel Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli, per permettere, ad esempio ai non vedenti, di toccare le opere d’arte (originali, non riproduzioni), sentendo i diversi tipi di materiali usati.
Nel video intervista a Maria Rosaria Sansone e Giovanna Garraffa.

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Per maggiori informazioni: http://www.museocapodimonte.beniculturali.it/percorsi-tattili/

Agricoltura di precisione per l’ambiente e la biocircolarità

11 ore 27 min fa

“Un sistema che fornisce gli strumenti fondamentali per fare la cosa giusta, nel posto giusto, al momento giusto” è il concetto espresso da Pierce e Novak (1999) per sintetizzare quelle attività che sono alla base dell’agricoltura di precisione.

Il National Research Council americano (1997) la definisce invece: “Una strategia che usa le tecnologie d’informazione per integrare dati provenienti da più strati informativi ai fini decisionali per la gestione dei sistemi agricoli”.

Quale che sia la definizione più puntuale dell’agricoltura di precisione, termine noto a chi appartiene al settore e meno ai più, forse più semplicemente si può spiegare,  come una strategia gestionale dell’agricoltura in cui si impiegano tecnologie innovative volte all’esecuzione di pratiche e interventi agronomici che tengano conto delle specifiche esigenze di ogni singola coltura.

Il tema è tanto complesso quanto interessante perché attraverso queste tecniche le aziende agricole possono aumentare la loro efficienza produttiva e qualitativa, ridurre i costi e ottimizzare gli input, minimizzando gli impatti ambientali. Ecco perché se ne parla sempre più nel mondo agricolo e nuove aziende nascono proprio per sviluppare queste tecnologie.

Agricolus è una startup che nasce a febbraio del 2017 il cui ambito di operatività è proprio l’agricoltura di precisione. La sua innovazione è un ecosistema cloud di applicazioni pensato per ottimizzare le pratiche agronomiche e supportare così il lavoro di agricoltori, imprese agricole e agronomi. In concreto Agricolus è una piattaforma composta da strumenti per la raccolta e analisi dati: Sistemi di Supporto alle Decisioni (DSS), modelli previsionali, lotta intelligente alle fitopatie e telerilevamento.

L’azienda progetta e realizza Strumenti di Supporto alle Decisioni, il cui utilizzo consente anche di definire politiche di fertirrigazione di precisione: ciò significa che l’impiego delle risorse non è “standard”, ma viene calcolato in base al reale fabbisogno. I trattamenti e le irrigazioni vengono così programmati e realizzati solo quando e dove serve.

Andrea Cruciani, CEO di Agricolus, entra nel merito di come e quanto questa tecnologia consenta minori impatti ambientali e risparmi di costi: “In questo modo, alcuni studi calcolano che si può raggiungere oltre un 40% di risparmio sui costi dei trattamenti, anche se nell’operatività ci aggiriamo ancora intorno al 20%. Ne deriva di conseguenza un pari risparmio sul lato dell’impatto ambientale: utilizzare meno risorse come acqua, pesticidi e fertilizzanti non si traduce solo in una diminuzione dei costi, ma anche nella salvaguardia dell’ambiente che ci circonda”.

La storia dell’azienda viene da più lontano: “L’idea nasce infatti già nel 2010, quando inizia l’attività di ricerca e sviluppo sull’applicazione di tecnologie innovative per l’agricoltura all’interno di un’azienda informatica in cui siamo stati incubati prima di diventare ufficialmente una startup” racconta Cruciani. “La decisione di conferire ad Agricolus una sua “autonomia” arriva dopo la realizzazione di diversi progetti, soluzioni customizzate per grandi clienti e importanti riconoscimenti europei in ambito Smart Agriculture”.

Agricolus ha un team multidisciplinare che intreccia le competenze per soddisfare le esigenze del cliente finale: agrononomi, sviluppatori, analisti e tecnici GIS, ma anche figure che si occupano di comunicazione e web marketing. Il team dei fondatori è composto da Andrea Cruciani (CEO) insieme a Antonio Natale (COO) e a Diego Guidotti (R&D).

La parte più significativa della loro innovatività consiste nell’avere tutti gli strumenti a disposizione all’interno di un’unica piattaforma, attraverso cui gestire gli interventi colturali da effettuare e dove registrare tutte le operazioni relative ai propri campi. “Inoltre i nostri modelli sono basati su diverse fonti di dati: sensori sul campo; satellitari; operazioni di  scouting sul campo (automatiche e non), macchinari agricoli” spiega Cruciani “e una delle caratteristiche principali di Agricolus è di essere un collettore di dati eterogenei che attraverso i nostri modelli matematici vengono uniti (data fusion) per fornire previsioni e stime di alcuni fenomeni: questi modelli non vengono usati solo per prevedere, ma anche per evidenziare delle caratteristiche importanti al fine del supporto alle decisioni”.

Lo scorso anno sono stati tra i vincitori della competizione Start2beCircular, promossa da Fondazione Bracco, Fondazione Giuseppina Mai di Confindustria e Banca Prossima per promuovere la transizione a favore di una crescita sostenibile attraverso iniziative imprenditoriali innovative.

Sul tema biocircolarità in particolare, Cruciani dà notizia di un progetto attualmente in corso: “Stiamo portando avanti diverse iniziative e progetti sperimentali come quello che abbiamo da poco accreditato presso il Large Scale Pilot IoF (internet of farming) che ci vede alle prese con un progetto di economia circolare tra la produzione di foraggio per allevamento e l’utilizzo del letame dell’allevamento nella concimazione del foraggio stesso. Il tutto per un controllo preciso della gestione sia in campo che in stalla che conduca ad una produzione di maggiore qualità”.

Immagine: https://www.agricolus.com/

I diesel Euro 6 inquinano meno delle auto elettriche: vero o falso?

11 ore 57 min fa

In base ai parametri che decidiamo di considerare, auto elettriche e auto diesel inquinano più o meno le une delle altre.

Se considerassimo soltanto la fonte di alimentazione concluderemmo che le auto elettriche generano praticamente zero emissioni. Su questa certezza i produttori e i sostenitori dell’elettrico fanno leva da anni. Ma entrano in gioco altri elementi, che periodicamente riaccendono il dibattito al punto da rimettere in discussione l’impatto ambientale dei veicoli elettrici a favore dei diesel più moderni. Negli ultimi mesi è accaduto ancora, quando una serie di notizie annunciava la disfatta dell’elettrico e osannava i diesel Euro 6. Cosa c’è di vero?

Adac: le elettriche meno inquinanti su lunghi chilometraggi e se si usano fonti rinnovabili

A inizio 2018 uno studio dell’Adac, l’Automobil Club Tedesco faceva finire la partita con un pareggio. Le elettriche sono meno inquinanti rispetto a diesel e benzina se consideriamo le emissioni di CO2 ma soltanto su lunghi chilometraggi, in media 150mila km nell’arco di vita del veicolo. Su chilometraggi dell’ordine dei 50mila km invece vincono i motori termici tradizionali.

Secondo l’Adac le auto elettriche con grandi batterie e autonomia tendono ad avere scarso rendimento. Si può migliorare la performance ambientale con l’uso di elettricità da fonti rinnovabili. Nella classe medio-bassa, il veicolo elettrico mostra il miglior bilancio di CO2 anche quando si utilizza un mix energetico come quello tedesco, meglio dell’ibrido plug-in e dell’ibrido, dice lo studio. Ma considerando un chilometraggio totale di 50mila km i diesel risultano migliori perché i veicoli elettrici non riescono a compensare le elevate emissioni di CO2 derivanti dalla produzione di elettricità.

Come si produce una batteria?

Altro tema cruciale: la produzione delle batterie destinate ai veicoli elettrici. Se queste auto generano meno emissioni nocive rispetto a quelle del passato, non è detto che abbiano un basso impatto ambientale. Anzi, nel caso delle auto elettriche le questioni irrisolte sono più di una per poter dire che si tratta di veicoli a impatto zero. Innanzitutto, va risolto il problema della provenienza dei materiali che occorrono a produrre una batteria, i minerali rari come litio, nichel e cobalto, spesso ottenuti in condizioni non sostenibili per lavoratori e territori: basti pensare alla nuova “corsa all’oro” che vede protagonista l’Africa e i suoi nuovi schiavi. Cosa accadrà se la produzione di batterie, spinta dalla domanda di auto elettriche, aumenterà? Occorre assicurare un volto sostenibile a questa produzione.

Va poi risolto il problema dell’energia che alimenta questi veicoli. Energia che, appunto, se viene prodotta in vecchie centrali a carbone va a creare un paradosso: un veicolo che dovrebbe aiutare a ridurre l’inquinamento finisce per servirsi di fonti altamente inquinanti.

Il parere del CNR

Si è espresso più volte sul tema anche il Consiglio Nazionale delle Ricerche per bocca dei suoi ricercatori ed esperti. Qualche mese fa, il fisico Valerio Rossi Albertini precisava che il parco auto elettrico attualmente circolante in Italia si potrebbe interamente alimentare con circa lo 0,1% della produzione fotovoltaica del nostro Paese. Le batterie delle auto elettriche sono comunque molto meno inquinanti di quelle dei veicoli tradizionali, a piombo, un metallo pesante pericoloso certamente più del litio. Riguardo poi l’inquinamento atmosferico, l’emissione di CO2 da combustione altera il clima del pianeta, ma non stiamo parlando di un gas tossico. Al contrario, è tossica “la produzione di gas di scarico e di polveri sottili che si concentrano nei grandi centri urbani, proprio dove è alta la densità di popolazione“, aggiunge il fisico, che ribadisce la particolarità delle auto elettriche di non emettere polveri sottili da combustione e di produrne quantità trascurabili dai freni, che basano il loro funzionamento su campi magnetici che non generano particolato.

Il problema, dunque, non è il veicolo in sé. Dobbiamo spostarci altrove per valutare in maniera globale l’impatto di un’auto elettrica. Dobbiamo cioè spostarci là dove viene prodotta l’energia che la alimenta e là dove viene prodotta una batteria.

Sempre dal CNR, Carlo Beatrice, ricercatore, riassume così la questione: “L’auto elettrica non darà grandi effetti benefici sul clima globale: sposterà le emissioni dalla fase di uso a quella di produzione dell’energia. Sarebbe invece necessario considerare l’intero ciclo di vita di un veicolo, includendo quindi la produzione, l’uso e la dismissione dello stesso. A questo proposito il CNR mostra un recente studio tedesco che ha comparato le emissioni di CO2 totali, su un veicolo di segmento C di circa 1400 kg di peso. A 168mila chilometri percorsi la differenza tra un’auto elettrica e un’auto diesel diventa pari a zero”.

Attenzione però: nel corso dei mesi, queste dichiarazioni sono state trasformate fino a renderle affermazione certa che le auto elettriche siano più inquinanti dei motori diesel più moderni. In realtà Beatrice intendeva puntualizzare soltanto il rischio di trascurare lo spostamento dell’inquinamento dalle strade alle centrali e ai luoghi di produzione di energia e componenti. È anche vero, allo stesso tempo, che i motori diesel di nuova generazione nel giro di una decina d’anni saranno migliorati per ridurre le emissioni di ossidi di azoto attuali. Nessuno ha concluso in maniera affrettata che i diesel inquineranno meno dell’elettrico: per approfondire è possibile visionare nel dettaglio i materiali presentati dallo stesso Beatrice nel corso dell’intervento dal quale poi sono state estrapolate una serie di dichiarazioni che hanno fatto il giro del Web ma non risultano del tutto aderenti alle sue considerazioni.

Quindi le auto elettriche inquinano meno dei diesel Euro 6?

Per dare una risposta dobbiamo interpretare proprio i materiali di Beatrice, forse non comprensibili al grande pubblico e a una prima lettura, e tuttavia molto interessanti. Come dicevamo, se in questo momento decidessimo tutti di acquistare un’auto elettrica ci ritroveremmo con uno spostamento dell’origine dell’inquinamento che dai centri urbani si concentrerebbe là dove l’energia viene prodotta.

Se ci soffermiamo su questa immagine notiamo subito che il livello di emissioni di CO2 dei motori diesel risulta minore. Ed è questo il parametro che in futuro dovremo considerare per un vero confronto sulle performance ambientali, a patto che sia mantenuta la promessa di un lavoro costante che farà sì che i diesel Euro 6 – i più numerosi a quel punto sul mercato – raggiungano un livello di emissioni di circa 10 mg/km. Divenuto trascurabile quest’ultimo parametro, dunque, e considerando l’entrata in vigore della normativa sulle emissioni RDE – Real Driving Emission (la misurazione degli inquinanti rilasciati durante test su strada), non è detto che i veicoli elettrici siano la soluzione migliore per ridurre l’impatto ambientale degli spostamenti, in particolare per veicoli di medie e grandi dimensioni che viaggiano su strade extraurbane e sulle autostrade.

Dipende, insomma, dall’utilizzo che si fa di un veicolo e dall’evoluzione che nel prossimo futuro interesserà il comparto della produzione di energia.

La risposta era già stata svelata all’inizio di questo articolo: dipende dalla prospettiva scelta per osservare la questione.

In copertina: Disegno di Armando Tondo

Alcol, sigarette e gioco d’azzardo: per i minori l’accesso è quasi libero

12 ore 51 min fa

Il 65% dei commercianti non controlla l’età dei ragazzi a cui vende alcolici.
Il 40% del tabacco ai minorenni viene venduto nelle tabaccherie e, rispetto al gioco d’azzardo, al 62% degli under18 non è stato mai chiesto il documento per verificare l’età.

Insomma: ai prodotti come alcol, tabacco e giochi d’azzardo, vietati ai minorenni dalla legge, i ragazzi italiani con meno di 18 anni hanno un accesso piuttosto semplice, in diversi casi quasi libero.  I dati arrivano dall’indagine “Venduti ai minori” promossa dal Moige (Movimento italiano genitori), organizzazione che agisce per la protezione e la sicurezza dei bambini attraverso azioni di intervento e prevenzione sui problemi dell’infanzia e dell’adolescenza.

L’alcol

Lo studio, condotto da un gruppo di ricercatori guidati da Tonino Cantelmi dell’Università Europea di Roma su un campione di 1.388 minori tra gli 11 e i 17 anni frequentanti scuole secondarie di primo e secondo grado italiane, ha messo in evidenza che pub, discoteche e bar (64%) sono il principale accesso all’alcol degli under18, e che la maggior parte dei rivenditori non presta attenzione al rispetto della normativa vigente a tutela di chi non è ancora maggiorenne: se il 65% degli esercenti non controlla l’età dei ragazzi, il 38% – anche quando la verifica – non si rifiuta di somministrare comunque le bevande alcoliche. Inoltre sembrerebbe che nel 48% dei casi i commercianti abbiano continuato a vendere alcolici nonostante il visibile stato di ubriachezza dei giovani acquirenti.

Tabacco, sigarette e cannabis

Anche nel caso della vendita di sigarette e di tabacco nel 63% dei casi il documento ai giovani acquirenti non viene chiesto e, secondo i dati raccolti, il 45% dei venditori non si rifiuta di vendere sigarette nonostante abbia accertato la minore età. Riguardo alla vendita tramite i distributori automatici, gli adolescenti intervistati affermano di aver aggirato il problema della verifica dell’età tramite tessera sanitaria chiedendo a un amico più grande (66%) o utilizzando la tessera di un genitore o un fratello (19%), mentre il 15% dichiara di avere accesso a distributori che vendono senza chiedere la tessera, e quindi illegali.
Stesso copione anche per quanta riguarda la sigaretta elettronica: i giovani hanno dichiarato che nel 78% dei casi non è stato chiesto loro un documento prima dell’acquisto e che 3 volte su 4 il rivenditore non si è rifiutato di vendere il prodotto nonostante avesse accertato la loro minore età. E per quanto riguarda la vendita di cannabis light, dall’indagine è emerso che tra i cannabis shop 7 rivenditori su 10 (68%) hanno venduto il prodotto nonostante gli acquirenti fossero under18.

Il gioco d’azzardo

Rispetto al gioco d’azzardo, al 62% dei minori non è stato mai chiesto il documento per verificare l’età e in un caso su due il rivenditore non si è rifiutato di farlo malgrado la conoscenza della minore età. ‘’Sono dati molto gravi e preoccupanti che fanno emergere un grande pericolo per la tutela dei nostri figli – ha affermato Antonio Affinita, direttore generale del Moige -. Occorre ripensare e ridefinire il sistema di sanzioni, controlli e formazione. L’impegno a proteggere  i minori non può essere confinato solo in famiglia, ma riguarda tutti coloro che producono tali prodotti nocivi, che devono attivarsi fattivamente per garantire che non vadano a finire nelle mani dei nostri ragazzi’’.

Agire con urgenza per tutelare i minori

“Occorrono – ha commentato la senatrice Licia Ronzulli, Presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza -. interventi normativi più stringenti verso chi compie atti così miserabili verso un minore. L’indagine del Moige apre uno squarcio molto ampio e decisamente preoccupante ed evidenzia la necessità di agire con urgenza per la tutela dei minori, rilanciando anche il tema dei controlli. Dobbiamo ricordarci che la tutela dei minori non è un optional”.

 

Muore l’alieno sulla Luna: se ne va in 24 ore il germoglio di cotone terrestre piantato dai cinesi

Gio, 01/17/2019 - 15:35

Aggiornamento:

La breve vita della piantina era già stata prevista dal professore responsabile dell’esperimento. Secondo il Guardian non ha resistito alle gelide temperature notturne, arrivate a circa -170 gradi

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PECHINO – Dopo il primo atterraggio sul lato nascosto della Luna, ecco la prima piantina cresciuta sulla superficie. Nella sua spasmodica ricerca di primati, il programma spaziale cinese ne ha appena archiviato un altro. Le immagini provenienti dal lander Chang’e 4, il veicolo planato il 3 gennaio sul suolo di Selene, confermano che nella mini “serra” costruita al suo interno un seme di cotone ha germogliato. In passato gli scienziati avevano già coltivato dei vegetali in orbita, all’interno della Stazione spaziale internazionale. Ma la piantina di cotone è la prima a spuntare sulla superficie di un corpo celeste diverso dalla Terra.

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La solidarietà che fa bene (anche) al portafoglio

Gio, 01/17/2019 - 15:25

«Il Villaggio Solidale è come un gol al 90° minuto. Un luogo che ti ribalta la partita, cioé la vita, quando sei in difficoltà» racconta Francesco Fossati, con il piglio deciso di chi questo progetto l’ha voluto con tutte le sue forze.

Siamo a Lurano, in provincia di Bergamo. Un paese di 3mila anime, immerso nel verde. Qui, il Consorzio Famiglie e Accoglienza (Fa), che fa parte del gruppo cooperativo Cgm, ha dato vita al Villaggio Solidale, inaugurato l’estate scorsa.

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Quando l’incompetenza è inconsapevole

Gio, 01/17/2019 - 08:53

La sindrome è nota, ma qualche recente fatterello di cronaca mi suggerisce che non se ne è ancora parlato abbastanza. Inoltre, oggi che la rete dà voce e visibilità globale (sto citando Umberto Eco) a legioni di imbecilli, l’effetto Dunning Kruger sembra essere diventato pervasivo.

Eppure il fenomeno non è così nuovo, se già Socrate – e siamo nel quinto secolo avanti Cristo – avverte che è “sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s’illude di sapere e ignora così perfino la sua stessa ignoranza”. E se il faraone Akhenaton (qui siamo nel quattordicesimo secolo avanti Cristo) afferma che “il folle è ostinato e non ha dubbi. Conosce tutto tranne la propria ignoranza”.

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Ricette della cucina di Gela: Sarde a Beccafico Fritte

Gio, 01/17/2019 - 02:59

Ingredienti per 4 persone:

800 gr di sarde
80 gr di pangrattato
100 gr di pecorino
un trito di aglio e prezzemolo
5 uova sbattute (tre per la farcia e due per passare nell’uovo le sarde)
100 gr di farina bianca
aceto
olio di oliva
sale e pepe

Procedimento

Per preparare le sarde a beccafico cominciate a pulire tutte le sarde squamandole, svuotandole delle interiora e privandole di testa e lisca, ma lasciando la coda. Lavatele, asciugatele delicatamente e apritele a libro stando attenti a non dividere le due metà attaccate dal dorso.

Mettete le sarde a macerare nell’aceto rosso in modo che copra del tutto i pesci.
Il bagno nell’aceto serve a eliminare le squame, che si scioglieranno in maniera naturale e delicata. Serve inoltre a insaporire le sarde.
L’ammollo deve durare da venti minuti circa, a massimo mezz’ora, ma non deve andare oltre, altrimenti il pesce si potrebbe sfaldare.

Preparate il composto. Sbattete 3 uova, insaporite con sale e pepe, quindi unite il trito di prezzemolo e aglio e il pangrattato ed infine aggiungete il pecorino.

Prendere una sarda e fatela aderire nella mano e disponete questo composto, in modo che la pelle resti all’esterno, e, in seguito, chiudete con l’altra sarda “a chiappa”, cercando di sigillare i bordi più che potete.

Sbattete le 2 uova e procedete a una panatura , ma in questo caso utilizzate la farina anziché il pangrattato, avendo cura di panare, oltre fronte e retro, anche le parti laterali delle sarde.

A questo punto potrete procedere alla cottura. Fatele friggere in abbondante olio extravergine d’oliva caldo per pochi minuti e, solo a fine cottura, aggiustatele di sale.

Potete servirle calde o lasciarle riposare e servirle successivamente.

ALTRE FOTO DELLA RICETTA: https://www.gelaleradicidelfuturo.com/ricette-tipiche/sarde-a-beccafico-fritte/

 

In calo gli incidenti sulle strade ma in aumento quelli mortali

Gio, 01/17/2019 - 02:36
Le cifre: morti e feriti sulle strade italiane

Nel 2017 sono stati 174.933 gli incidenti stradali con lesioni a persone, in leggero calo rispetto al 2016. Le vittime sono state 3.378, morte entro 30 giorni dall’evento. I feriti 246.750.

Rispetto al 2016, si registra un aumento del numero dei decessi (95 in più, +2,9%). Tra le vittime sono in aumento i pedoni (600, +5,3%) e soprattutto i motociclisti (735, +11,9%), stabile invece il numero degli automobilisti deceduti (1.464, -0,4%) e in calo quello dei ciclomotoristi (92, -20,7%) e ciclisti (254, -7,6%).

Sull’aumento del numero di morti incide soprattutto quello registrato su autostrade (intese anche come tangenziali e raccordi autostradali) e strade extraurbane (296 e 1.615 morti; +8,0% e +4,5%). L’aumento è più contenuto sulle strade urbane (1.467 morti; +0,3%). Nei grandi Comuni però l’Istat evidenzia una tendenza opposta: un -5,8% del numero di vittime nell’abitato.

Rispetto al 2016 gli incidenti e i feriti registrano una lieve diminuzione (-0,5% e -1,0%). Stabile il numero dei feriti gravi, che secondo i dati di dimissione ospedaliera sono stati 17.309 (-0,1%). Il rapporto tra feriti gravi e deceduti è sceso a 5,1 da 5,3 dell’anno precedente. Il tasso di lesività grave sulla popolazione residente è di 28,6 feriti gravi per 100mila abitanti (40,1 per gli uomini e 17,7 per le donne).

Tutto questo mentre nel 2017 crescevano del 7% le prime iscrizioni di veicoli e il parco veicolare cresceva dell’1,7%; in aumento anche le percorrenze autostradali (+2,2%) con quasi 84 miliardi di km percorsi.

Anche l’uso del cellulare tra i comportamenti fatali

Distrazione alla guida, mancato rispetto della precedenza e velocità troppo elevata (nel complesso il 40,8% dei casi) sono tra le cause di incidenti segnalati dall’Istat. Le violazioni al Codice della Strada più sanzionate sono l’eccesso di velocità, il mancato utilizzo di dispositivi di sicurezza e l’uso di telefono cellulare alla guida.

Confronto con l’Unione Europea

In Ue diminuisce di poco il numero delle vittime di incidenti stradali (-1,6% rispetto al 2016). Sono stati registrati 25.315 decessi (25.720 del 2016). Nel confronto tra il 2017 e il 2010 – anno di benchmark della strategia europea per la sicurezza stradale – i decessi si riducono del 19,9% a livello europeo e del 17,9% in Italia. Si parla comunque di 49,7 morti per incidente stradale ogni milione di abitanti in Ue e 55,8 nel nostro Paese. L’Italia in questa macabra classifica scende dal 14° al 18° posto.

Contraddizioni soltanto apparenti

Alcuni dati meritano una riflessione più approfondita. Innanzitutto, mentre spesso si tende a parlare di strade pericolose soprattutto per chi viaggia in bicicletta, pare che invece siano soprattutto motociclisti e pedoni a essere coinvolti in incidenti. Come mai?
In realtà cresce il numero delle vittime tra i pedoni, ma non in un contesto urbano. Non solo. Nel 79% dei casi, le vittime sono over 65, quasi tutte sono state travolte da auto ma cresce il numero di moto coinvolte. Sicuramente questa fascia d’età è più a rischio perché cammina molto a piedi, ma dobbiamo anche considerare un altro dato contrario le aspettative: non è sempre colpa della velocità elevata di auto e moto, come si potrebbe affermare senza esitazioni.

La velocità eccessiva è la terza causa di incidente con lesioni (10,3%). La causa primaria risulta essere infatti la distrazione (16%), seguita dal mancato rispetto di precedenze e dei semafori (14,5%). Seguono poi il non rispetto della distanza di sicurezza, manovre scellerate e in certi casi anche i comportamenti del pedone stesso, che magari non presta abbastanza attenzione prima di attraversare la strada, o lo fa con gli occhi fissi sul cellulare e così via. In altre parole, se sommiamo l’età avanzata delle vittime ai comportamenti non corretti dei guidatori, ecco spiegata la gran parte degli incidenti sulle strade italiane. E vale anche per i motociclisti, che sono vittime dei propri comportamenti ma anche di quelli di altri guidatori o di azioni improvvise dei pedoni, ai quali non riescono a reagire al meglio fronteggiando l’imprevisto con prontezza di riflessi.

Se non basta più educare, la tecnologia può salvarci

Si può educare forse ad un maggiore rispetto delle regole e a moderare la velocità, ma contro la distrazione è più complicato agire. Non tutto è perduto però. Le auto stesse, sempre più tecnologiche, possono aiutare a ridurre il numero degli incidenti. Ormai guidare è un’esperienza, le auto non sono più soltanto un mezzo di trasporto: quando si sale a bordo si entra in un mondo iperconnesso, in cui i nostri device – a partire dallo smartphone – interagiscono con la vettura, rispondono a seconda delle nostre preferenze e ci garantiscono una guida personalizzata nel dettaglio. Ma tecnologia significa anche maggiore sicurezza. Le auto del prossimo futuro sono dotate di sensori, di sistemi di frenata automatica, di avvisi in caso di uscita dalla carreggiata e riconoscono quando il semaforo diventa rosso rallentando progressivamente la vettura. E, naturalmente, riconoscono i pedoni sulle strade e gli altri veicoli in movimento, tutto preziosissimo se guardiamo ancora ai dati Istat e teniamo conto del fatto che la maggior parte degli incidenti avviene su strade non urbane, dove la visibilità magari si riduce, così come l’attenzione da parte del guidatore.

I produttori mettono in evidenza proprio queste novità per proporre sul mercato nuovi modelli, sempre più tecnologici e sofisticati, ma è importante non lanciare messaggi controproducenti che potrebbero spingere il guidatore a preoccuparsi meno del proprio comportamento, nella certezza assoluta che il proprio mezzo rimedierà alla sua crescente distrazione. Proprio per questo, ad esempio, all’inizio di un video della Toyota che  illustra le soluzioni installate a bordo in tema sicurezza c’è un avviso: “I guidatori devono sempre essere responsabili delle proprie condizioni di sicurezza. Guidate con prudenza e fate attenzione a ciò che vi circonda. A causa delle condizioni delle strade, degli altri veicoli, del meteo… il sistema potrebbe non funzionare come si immagina”.

Fonte: https://www.istat.it/it/archivio/219637

http://www.fmweek.it/download/853/

 

 

Come combattere lo stress senza stressarsi (Infografica)

Gio, 01/17/2019 - 02:33

Sei troppo stanco? Al lavoro sei sempre sotto pressione? In famiglia non hai un minuto per te?
Aspetta, prima di assumere medicine prova a mettere in pratica qualche consiglio di questi.

Per visualizzare l’infografica più grande clicca qui

Latte artificiale ai neonati: molti ospedali indicano alle mamme la marca da usare. Ma è illegale

Gio, 01/17/2019 - 00:05

AGGIORNAMENTO:
Peopleforplanet ha chiesto un incontro alla ministra della Salute Giulia Grillo al fine di parlare di questo argomento e conoscere il parere della ministra al riguardo.
L’ufficio stampa del ministero della Salute ha dato riscontro positivo di ricezione. Siamo in fiduciosa attesa che ci riservino un appuntamento.

 

Molti ospedali italiani al momento delle dimissioni post-parto di mamma e bimbo prescrivono latte in polvere per neonati indicando una specifica marca. E così molte neomamme tornano a casa con in braccio il piccolo e, in mano, il libretto di dimissioni – o in alternativa una sorta di “ricetta” – con l’indicazione di quale latte artificiale (tecnicamente: latte in formula) utilizzare per alimentare il nuovo arrivato nel caso in cui non avessero latte o il loro latte non fosse sufficiente. Una condotta illegale che ormai va avanti da diversi anni.

“Le neomamme che ricevono il libretto di dimissioni del proprio bimbo con l’indicazione di una marca di latte artificiale, oppure un foglio che somiglia in tutto a una ricetta medica con la segnalazione del latte da dare al proprio figlio, solitamente in buona fede pensano che questo ‘consiglio’ sia stato dato per qualche motivo medico. Ma non è così, e questa indicazione costituisce invece una violazione di legge“, afferma Martina Carabetta, Consulente professionale in allattamento materno (Ibclc, International board certified lactation consultant).

La legge c’è, ma non viene rispettata

Nel nostro Paese esiste infatti una legge del 1994, aggiornata dal Decreto 09 aprile 2009 , n. 82 (Regolamento concernente l’attuazione della direttiva 2006/141/CE per la parte riguardante gli alimenti per lattanti e gli alimenti di proseguimento destinati alla Comunità europea e all’esportazione presso Paesi terzi) che all’articolo 10 precisa che “la pubblicità degli alimenti per lattanti (soggetti di età inferiore a dodici mesi, ndr) è vietata in qualunque modo, in qualunque forma e attraverso qualsiasi canale, compresi gli ospedali, i consultori familiari, gli asili nido, gli studi medici, nonché convegni, congressi, stand ed esposizioni”, mentre l’articolo 14 specifica che “le lettere di dimissione per i neonati non devono prevedere uno spazio predefinito per le prescrizioni dei sostituti del latte materno”. La realtà, però, ci racconta una storia diversa, di una legge che è stata negli anni, e viene tuttora, quotidianamente disattesa.

Pratica illegale ed eticamente scorretta

La promozione di una determinata marca di latte artificiale, spiega Carabetta, “non solo è vietata dalla legge italiana, ma è anche eticamente scorretta dato che arriva dagli operatori della salute, che hanno ovviamente autorevolezza agli occhi delle neomamme e dei neopapà. L’indicazione di uno specifico latte artificiale alla dimissione dall’ospedale dopo il parto induce infatti i genitori a credere che quella marca sia migliore rispetto ad altre, o che il bambino sia obbligato per qualche motivo ad assumere quello specifico latte“.

Tecniche di marketing

Nulla di più fuorviante: i latte in formula, infatti, sono molto simili tra loro perché “la loro composizione è determinata da una normativa europea alla quale tutti i produttori devono attenersi. Possono esserci piccole variazioni che, comunque, devono risultare comprese nei limiti previsti da questa normativa. Le presunte ‘qualità speciali‘ che vanta una o un’altra marca sono invece solo tecniche di marketing”, precisa l’esperta.

Promuovere l’allattamento al seno

“Un ospedale, a maggior ragione se pubblico, non dovrebbe diventare strumento di marketing per produttori di latte, biberon o quant’altro. Il latte artificiale dovrebbe essere suggerito solo dopo un serio lavoro di promozione dell’allattamento al seno e solo quando davvero necessario. E non come ‘ciambella di salvataggio’ per presunte future difficoltà che il più delle volte ancora non si sono presentate”. E nel caso in cui le difficoltà si presentassero davvero, “la mamma dovrebbe prima essere inviata a un operatore competente in allattamento al seno, che spesso lavora anche con l’allattamento misto, per la risoluzione delle problematiche. Ma sempre nell’ottica di salvare l’allattamento al seno, se possibile: e la mia esperienza mi dice che è possibile nella stragrande maggioranza dei casi”, continua Carabetta.

La nostra inchiesta

La redazione di Peopleforplanet ha raccolto diverse testimonianze chiedendo a mamme e neomamme la loro esperienza in merito a eventuali prescrizioni di latte artificiale ricevute al momento della dimissione ospedaliera dopo il parto. E così sono state raccolte diverse esperienze tra il 2009 e il 2018 che hanno messo in evidenza come, al momento delle dimissioni ospedaliere,  la prescrizione di latte artificiale per neonati di una specifica marca avvenga spesso e volentieri.

Ecco cosa abbiamo scoperto

Molto spesso la prescrizione di un latte artificiale di una specifica marca viene effettuata direttamente sul libretto sanitario del bimbo al momento delle dimissioni ospedaliere, scritta con la penna in uno spazio appositamente predisposto.

Altre volte la prescrizione viene fatta su un foglio – che non sempre riporta l’intestazione della struttura ospedaliera – che viene poi inserito in mezzo al libretto sanitario, e insieme a questo consegnato alla neomamma; in alcuni casi la precisazione della marca è effettuata con la penna, in altri casi è invece stampata insieme alle indicazioni su come preparare il biberon di latte in polvere.

Le prescrizioni di latte in formula vengono rilasciate anche a mamme che allattano al seno senza alcun problema, con bambini sani e che prendono peso con il solo latte materno.

Non mancano i casi in cui viene specificato che, di quella specifica marca di latte in formula, viene prescritta esclusivamente la formulazione liquida, con esclusione di quella in polvere.

In alcuni casi la prescrizione del latte in formula da utilizzare è accompagnata dalla prescrizione di una specifica acqua oligominerale da utilizzare per la preparazione del latte stesso.

Diverse volte la marca di latte artificiale non viene scritta, ma specificata a voce al momento delle dimissioni.

Una mamma ci ha raccontato che il pediatra di famiglia, interpellato relativamente all’eventuale sostituzione del latte in polvere prescritto dall’ospedale al momento della dimissione del loro bimbo perché difficilmente reperibile, ha risposto che non era possibile cambiare marca e che era obbligata a somministrare al piccolo esclusivamente il tipo di latte in formula che le era stato prescritto dall’ospedale.

In alcuni casi, oltre alla prescrizione di una specifica marca di latte in formula, è stata prescritta anche l’assunzione da parte della mamma di bustine o compresse di sostanze galattogoghe (ovvero in grado di stimolare la produzione di latte), relativamente alle quali, però, non ci sono evidenze scientifiche di efficacia. Ma questa è un’altra storia.

La legge parla chiaro

Il Decreto 9 aprile 2009 parla chiaro. All’articolo 10 precisa che “la pubblicità degli alimenti per lattanti (bambini di età inferiore a dodici mesi, ndr) è vietata in qualunque modo, in qualunque forma e attraverso qualsiasi canale, compresi gli ospedali, i consultori familiari, gli asili nido, gli studi medici, nonché convegni, congressi, stand ed esposizioni”, e all’art 14 precisa che “il Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali, le Regioni e le Province autonome promuovono iniziative e campagne sulla corretta alimentazione del lattante, sostenendo e proteggendo la pratica dell’allattamento al seno mediante azioni volte a: diffondere e a valorizzare i corsi di preparazione alla nascita e altre iniziative educative nelle maternità e sul territorio, con adeguate informazioni sull’allattamento al seno; a favorire nei reparti di maternità l’adozione e la prosecuzione dell’allattamento al seno, diffondendo il rooming-in ed attuando i più efficaci modelli organizzativi proposti al riguardo; a fornire raccomandazioni utili sulla base delle indicazioni convalidate  a  livello  internazionale, promuovendo interventi formativi, sostenendo e coordinando le iniziative di promozione e di educazione sanitaria; a realizzare sistemi di osservazione e di monitoraggio sulla diffusione della pratica dell’allattamento al seno, sia in termini di prevalenza che di durata; a vigilare affinché al momento della dimissione dal reparto maternità non vengano forniti in omaggio prodotti o materiali in grado di interferire in qualunque modo con l’allattamento al seno; a contrastare ogni forma di pubblicità, anche occulta, e di comportamenti ostativi alla pratica dell’allattamento materno”.

L’articolo specifica inoltre che “le lettere di dimissione per i neonati non devono prevedere uno spazio predefinito per le prescrizioni dei sostituti del latte materno. Nei casi in cui tali prescrizioni si rendano necessarie per cause materne o neonatali,  esse devono riportare l’indicazione all’uso del sostituto del latte materno nonché le informazioni congrue al suo più corretto utilizzo”.

L’articolo 15 prosegue dicendo che il materiale informativo e didattico da chiunque predisposto e in qualunque modo diffuso, destinato alle gestanti, alle madri di lattanti e bambini, alle famiglie ed a tutti gli interessati nel settore dell’alimentazione dei lattanti e della prima infanzia, non deve avvalorare la tesi – attraverso dati, affermazioni, illustrazioni o altro – che l’allattamento artificiale sia uguale o equivalente all’allattamento al seno, e precisa che “l’allattamento al seno, per la superiorità e i benefici che offre rispetto all’allattamento artificiale, va promosso come pratica di alimentazione esclusiva nei primi sei mesi di vita” e che “è superiore e offre benefici anche nel regime alimentare diversificato del lattante”, ovvero anche dopo i primi sei mesi di vita, quando il bimbo inizia a mangiare cibi solidi. E infine sottolinea che l’utilizzo non appropriato degli alimenti per lattanti (fino al sesto mese di vita) e di quelli di proseguimento (dopo il sesto mese di vita) “comporta dei rischi per la salute del lattante”.

Party For Planet: 1 febbraio 2019 a Milano!

Mer, 01/16/2019 - 16:22

LOCATION
Palazzina Liberty Dario Fo e Franca Rame, Milano, Largo Marinai D’Italia 1, dalle ore 17:30

INGRESSO E PRE-REGISTRAZIONE OBBLIGATORIA
L’ingresso al Party for Planet è gratuito previa registrazione da effettuarsi su Eventbride
Vi ricordiamo di portare con voi il 1° febbraio la ricevuta di avvenuta iscrizione.
L’ingresso sarà consentito fino ad esaurimento posti.

ACCREDITO GIORNALISTI
I giornalisti possono accreditarsi inviando un messaggio di posta elettronica all’indirizzo redazione@peopleforplanet.it, indicando nome, cognome e testata

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PARTY FOR PLANET

Sapreste costruire una bicicletta in bambù?
Sapete che si può fare musica con un aspirapolvere riciclato?
Sapete che anche un’auto d’epoca si può far viaggiare con un motore elettrico?
Sapete che esistono vasi di fiori che monitorano la qualità dell’aria?
Secondo voi un tessuto ricavato dagli scarti di lavorazione degli agrumi profuma di arancia?
Venite a scoprire tutto questo e molto altro venerdì 1° febbraio al Party for Planet!
Vi aspettiamo con dibattiti, musica e un ricordo personale del direttore creativo di People for Planet Jacopo Fo sull’”Aria che tirava” alla Palazzina Liberty ai tempi di Dario Fo e Franca Rame.
Siamo pronti a festeggiare insieme a voi un anno di informazione, guerriglia comica, inchieste e class action… ed è solo l’inizio!

Per festeggiare il suo primo anno di vita, People for Planet, il magazine digitale del Gruppo Atlantide, invita tutti a Milano al Party for Planet! L’appuntamento è per venerdì 1° febbraio alla Palazzina Liberty Dario Fo e Franca Rame dalle 17,30 alle 21,30.

Riuniremo sotto lo stesso tetto ospiti, amici, supporter, lettori e tutti coloro che hanno a cuore i temi ai quali il magazine è dedicato: ambiente, sostenibilità, corretto rapporto tra gli individui e il pianeta. L’atmosfera sarà quella di una festa di compleanno, ma ci ritaglieremo degli spazi per discutere, insieme ad esperti ed istituzioni, quali soluzioni e comportamenti ci permetteranno di cambiare in meglio le nostre città per renderle più smart, meno inquinate e a misura di cittadino. E noi stiamo già cambiando le cose!

Ad aprire la serata sarà Jacopo Fo, direttore creativo di People for Planet, che con un ricordo personale e inedito ci farà immergere ancora più a fondo nello splendido scenario che fa da cornice alla serata: torneremo indietro nel tempo e ricorderemo insieme l’”Aria che tirava” alla Palazzina Liberty ai tempi di Dario Fo e Franca Rame, a cui è stata poi intitolata.

E oggi “Che aria tira”? Ne parleremo durante il primo dibattito della serata, moderato dal direttore editoriale di People for Planet, Sergio Parini, e dedicato al tema della qualità dell’aria. Discuteremo delle strategie di contrasto allo smog, di casi particolari come quello di Milano, dove in questi giorni scatterà l’Area B, la più grande zona a traffico limitato d’Italia, approfondiremo il tema della smart mobility, alla luce anche di alcuni dati recenti e di quanto previsto dalla normativa Ue in tema di riduzione delle emissioni.

In Europa 3,9 mln di persone vivono in zone in cui vengono superati contemporaneamente e regolarmente i limiti dei principali inquinanti dell’aria (Pm10, biossido di azoto e ozono). Di queste persone, 3,7 mln, circa il 95%, vive nel Nord Italia. Sono i dati dell’ultimo rapporto sulla qualità dell’aria stilato dall’Agenzia Ue per l’ambiente. L’Italia è al secondo posto in Europa per morti per Pm2.5 – le vittime sono 60.600 – e al primo posto per le morti da biossido di azoto (20.500) e da ozono (3.200).

Esperti e scienziati ci aiuteranno a comprendere meglio la situazione attraverso dimostrazioni pratiche, mentre gli “addetti ai lavori” ci mostreranno invenzioni e soluzioni concrete già esistenti. Al Party for Planet potrete scoprire grazie a Mobility R-Evolution come le auto a benzina possano essere trasformate in elettriche (auto d’epoca comprese!) e scoprirete come funziona il vaso smart di Wiseair per monitorare la qualità dell’aria in maniera “capillare e condivisa”.

La seconda parte della serata vedrà poi protagonisti realtà e personaggi che People For Planet ha avuto il piacere di conoscere, intervistare e raccontare durante il suo primo anno online. Il secondo dibattito si svolgerà con la formula “TED talks”, in cui tutti avranno a disposizione uno spazio di tempo uguale durante il quale potranno presentare se stessi e la propria attività. Tra i partecipanti, Music of the Plants, inventori di un dispositivo che registra la resistenza elettrica delle piante e la trasforma in musica, e Bamboo Bicycle Club, che insegna alle persone a costruire la propria bicicletta in bambù.

Infine, spazio alla musica di Capone & BungtBangt, per la prima volta a Milano. Aprite bene le orecchie… ma anche gli occhi, perché i loro strumenti sono autocostruiti con parti di oggetti riciclati, aspirapolvere compreso!

 

PARTY FOR PLANET – PROGRAMMA

Scarica o visualizza il programma in formato PDF

Prima parte – “Che aria tira?” – Ore 17,30

Introduzione | “Che aria tira, che aria tirava”
di Jacopo Fo
Un racconto personale e inedito, arricchito di aneddoti, sulla Palazzina Liberty ai tempi di Dario Fo e Franca Rame.

Dibattito | “Che aria tira?”
Interverranno:
Marco Granelli, assessore alla Mobilità e Ambiente del Comune di Milano
Valerio Rossi Albertini, fisico del CNR e professore di Divulgazione della Scienza alla Seconda Università di Roma, che attraverso dimostrazioni pratiche ci chiarirà l’idea su cosa sono le polveri sottili e su tanti termini che fanno ormai parte del linguaggio comune quando parliamo di qualità dell’aria;
Maurizio Fauri, professore all’Università di Trento, che ci porterà alla scoperta degli ultimissimi dettagli sulla mobilità sostenibile;
Anita Panizza, mamma di 2 bambini, cittadina milanese, che ha raccontato per People for Planet la preoccupazione durante gli incendi divampati lo scorso anno nei depositi di rifiuti di Novate e della Bovisasca;
Anna Gerometta, presidente dell’Associazione Cittadini per l’Aria Onlus, che ripetutamente ha denunciato le problematiche milanesi legate alla qualità dell’aria e ci spiegherà dove sono le polveri sottili a seguito delle rilevazioni realizzate con la ciclostaffetta;
Gaetano La Legname, presidente di Mobility R-Evolution, rete di imprese che si occupa di retrofit per convertire vetture e trasformarle in elettriche;
Paolo Barbato, Carlo Alberto Gaetaniello e Andrea Torrone, fondatori di Wiseair, che ci sveleranno i segreti del loro sistema ‘capillare e condiviso’ per la rilevazione di inquinanti grazie all’utilizzo di un vaso per piante smart collegato ad una rete Internet; vincitori del bando Fabri Q, l’incubatore di innovazione sociale del comune di Milano, hanno avviato una sperimentazione nel quartiere di Quarto Oggiaro.

Modera il dibattito: Sergio Parini, direttore editoriale di People for Planet

 

Seconda parte – Ted Talks – ore 19

I volti che People for Planet ha incontrato nel suo primo anno online si raccontano in formula “TED talks”: avranno a disposizione uno spazio di tempo uguale durante il quale potranno presentare se stessi e la propria attività.

È prevista la partecipazione di:
Pietro Basile de Il Balzo Associazione di Solidarietà Familiare, che opera a Milano a supporto di ragazzi con disabilità cognitive e insieme a loro gestisce il Bar Balzo;
Aninga di Music of the Plants, inventori del dispositivo in grado di registrare la resistenza elettrica delle piante e trasformarla in musica;
Adriana Santanocito di Orange Fiber, startup italiana di Catania che produce tessuti sostenibili dagli scarti della lavorazione delle arance;
Marco Abbro e Francesca Cocco di BIOlogic, il primo FabLab del Sud Italia, che ha realizzato Scoby Skin, un tessuto 100% naturale ricavato dalla cellulosa estratta dal tè Kombucha;
Suami Rocha di Bamboo Bicycle Club, realtà futuristica nata a Londra ed esportata a Brescia che insegna alle persone a costruire la propria bicicletta in bambù promuovendo la mobilità sostenibile;
Massimo Moretti di WASP, azienda italiana leader nel settore della stampa 3D, progetta, produce ed effettua la vendita di stampanti 3D interamente made in Italy.

 

Terza parte – Live music con Capone & BungtBangt – Ore 20,30-21,30

A chiudere la serata, sul palco salirà il gruppo campano Capone & BungtBangt con strumenti musicali autocostruiti unendo parti di oggetti riciclati.
La band nasce seguendo l’idea del riciclo creativo, accompagnata da un amore viscerale per la musica e la natura.
Ascolterete (e vedrete!) come dalle mani di questi artisti nasca la magia della musica e come oggetti privi di valore possano diventare splendidi strumenti musicali di inestimabile pregio e dal sound unico.

 

Dov’è la Palazzina Liberty?

 

INFO E CONTATTI

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La dieta in bianco è davvero utile per guarire quando non si sta bene?

Mer, 01/16/2019 - 14:53

Influenza, mal di testa, mal di stomaco, diarrea: tutte situazioni che, secondo l’opinione diffusa di nonne & C, vanno sanate con una bella dieta in bianco. Gli alimenti favoriti in questi frangenti sono i candidi riso o pasta, conditi con un po’ di burroformaggio e purea (fonte di latte e burro). Nessuno dubita che in presenza di un malessere sia opportuno evitare di appesantire lo stomaco e il fegato con lasagne e insaccati, o comunque con cibi ricchi di intingoli. Ma tanto meno ci sono prove scientifiche a favore del bianco a tavola.

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Naso chiuso, febbre, mal di testa: influenza o raffreddore? Cinque domande per capirlo

Mer, 01/16/2019 - 11:44

Febbre, naso chiuso o che cola, spesso accompagnati da dolore alla gola, oltre che da stanchezza. Sintomi che possono insorgere sia nel caso in cui si sia incappati nell’influenza, sia nel caso in cui, invece, il responsabile sia il raffreddore. Come fare a capire con quale delle due malattie abbiamo a che fare? Secondo gli esperti dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CdC) statunitensi per capire la differenza tra un comune raffreddore e l’influenza è sufficiente farsi cinque domande (e, ovviamente, darsi altrettante risposte).

1) Qual è la tempistica di insorgenza dei sintomi?

Se il malessere si scatena in fretta con i sintomi che si manifestano forti e nel giro di poche ore, con molta probabilità è influenza. Nel caso del raffreddore, invece, i sintomi – nella maggior parte dei casi – sono meno aggressivi e insorgono in modo più graduale.

2) La temperatura alterata a quanto arriva?

Se l’alterazione della temperatura del corpo arriva sopra i 37,8 gradi (centigradi) è molto probabilmente influenza, e c’è quindi da aspettarsi, con molta probabilità, un rialzo ulteriore della febbre nel giro di qualche ora. Sebbene anche i raffreddori possano causare un aumento della temperatura corporea, raramente questa arriva a superare i 37,5 gradi.

3) Quanto ti senti stanco?

Tanto maggiore è il livello di spossatezza che si percepisce, tanto più è probabile che si sia incappati nell’influenza. Nel caso del raffreddore, invece, sensazioni come intorpidimento e stanchezza sono solitamente avvertite, quando presenti, in modo lieve.

4) Hai sensazione di freddo con brividi?

Avere oppure no i brividi è uno dei segnali più facili da individuare e che può aiutare a distinguere l’influenza dal raffreddore: nell’influenza, infatti, l’aumento della temperatura è quasi sempre accompagnato da una sensazione di freddo e brividi, mentre nel caso del raffreddore solitamente questi ultimi non fanno parte del repertorio dei sintomi.

5) Quanto dolore avverti a testa e gola?  

Anche il mal di testa generalizzato e forte solitamente accompagna l’influenza, mentre nel caso del raffreddore compare più raramente e, quando è presente, generalmente si manifesta se si soffre anche di sinusite e risulta perlopiù localizzato alla fronte. Quanto al dolore alla gola, che può essere presente in entrambe le patologie, nel caso del raffreddore risulta più lieve.

Firenze, apre il primo ambulatorio ospedaliero di omeopatia in gravidanza

Mer, 01/16/2019 - 08:35

La ginecologia e ostetricia di Ponte a Niccheri apre un ambulatorio di omeopatia. Da oggi e per due pomeriggi al mese le donne in gravidanza che vogliono essere seguite anche con i rimedi di questa medicina non convenzionale potranno farsi vedere dalla dottoressa Caterina Biffoli, anestesista dello stesso ospedale. L’omeopatia è piuttosto diffusa nelle strutture sanitarie pubbliche della Toscana ma è la prima volta che viene attivato un ambulatorio per la gravidanza al quale si accede attraverso il Cup, centro unificato di prenotazione.

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Ad attendere Megalizzi la Repubblica, ad attendere Battisti il circo

Mer, 01/16/2019 - 02:56

Ad attendere la salma di Antonio Megalizzi c’era la Repubblica Italiana, con nessuna alta carica a rappresentare il governo, solo il ministro Riccardo Fraccaro.

Ad attendere il latitante Cesare Battisti c’era un circo da fare invidia a Fellini, con cavallerizzi, clown, uomini cannone e tutto il cucuzzaro, il governo pressoché al suo tronfio completo. Uno spettacolo in pompa magna che forse non sarà dispiaciuto a Cesare Battisti. Insomma, dopo 40 anni di latitanza e un viaggio in aereo con la copertina sulle gambe, deve fare un certo effetto trovarti una fanfara pronta ad accoglierti, disposta, anzi smaniosa, di dimenticare almeno per un giorno lo spread, la sicurezza, Banca Carige, i processi alla Lega e al suo tesoriere, le prostitute beneficiarie di buona parte dei famosi 49 milioni, eccetera. Insomma, mica bruscolini.

Se per disgrazia dovessimo ricoprire i ruoli dei genitori di Megalizzi, forse, avremmo preferito accogliere un figlio morto al fianco di Mattarella in dignitoso raccoglimento. Niente clown, basta e avanza il Presidente. Mattarella sovrasta il governo non soltanto nella misura in cui le istituzioni sovrastano sempre, per definizione senso strictu, il governo, ma nella cifra stilistica, nella morale, nella storia sua biografica e nella storia di suo fratello, che un distratto Presidente del Consiglio ha chiamato “congiunto”, dimenticando per un attimo chi è stato Piersanti Mattarella. Vero, nel caso di Megalizzi si è trattato di una circostanza tragica, che richiedeva solennità, una gravitas che forse, oggi, solo il Presidente può dare. L’altro ieri invece è andata in scena una caciaronata perché finalmente si potrà applicare una sentenza giudiziaria a un terrorista pluriomicida, sia pure invischiato in casi, alcuni, tutti da verificare, come quello dell’uccisione di Torregiani, non fosse altro perché in quel momento era fisicamente in un altro luogo a sparare. Ma il mostro è da mon-strare senza dubbi né riflessioni. È latino, baby, dalle catene dell’etimologia non si scappa.

Della strana voglia di punire degli italiani anche in situazioni che non compete loro si è già parlato altrove, ma lascia comunque basiti questa ostinazione nell’intendere il carcere non come luogo riabilitativo per qualunque cittadino, qualunque sia la pena di cui si è macchiato, come previsto dalla legge e dalla Costituzione, ma come “luogo in cui marcire”. Terribile. “Non parlarmi degli archi, parlami delle tue galere” diceva Voltaire. Niente come le carceri restituisce la nuance esatta di civiltà di uno Stato. «Così torturavamo i brigatisti» ha ammesso il commissario di polizia Salvatore Genova, arrestato insieme ad altri 4 poliziotti con l’accusa di avere seviziato un brigatista. Tubo in gola, acqua salatissima, sale in bocca e acqua nel tubo, fino a far svenire. Botte, purché non mortali e non visibili ai processi, e se la brigatista era donna, l’orrore: interrogarla da nuda, e manganelli negli orifizi. Le squadre e le celeri deputate alle torture – spesso su base volontaria – si davano nomi evocativi, tipo “Ave Maria“.

Sollievo, persino un po’ di entusiasmo per le vittime sarebbe stato comprensibile, auspicabile.  L’entusiasmo di chi crede, invece, che basti la cattura di Cesare Battisti a pacificare una stagione sanguinolenta e nebbiosa come gli anni di piombo a cavallo dei Settanta è semplicemente fuori luogo, o addirittura fazioso. Con tutto che Cesare Battisti, con la sua baldanza, le sue mediocri aspirazioni da romanziere, quell’occhietto un po’ tagliato da lupo spietato, “mortificava la giustizia italiana e il dolore delle vittime” con ogni idiosincrasia possibile.

In questi giorni si fa un gran parlare delle brigate rosse, e a ragione. Ma le brigate nere ce le ricordiamo?

Nomi come Mambro, Fioravanti forse ad alcuni non dicono niente, ma sono criminali, terroristi che inneggiavano al fascismo, oggi (dopo la condanna rispettivamente a 9 e a 8 ergastoli) di nuovo liberi. Carlo Maria Maggi, componente del gruppo neofascista Ordine Nuovo di cui era il principale referente per il Triveneto, condannato in appello nel 2015 con l’accusa di essere il mandante della strage di Piazza della Loggia a Brescia, condanna poi ribadita nel 2017 dalla Cassazione, ebbene, Carlo Maria Maggi è morto a casa sua senza avere scontato un solo giorno di galera. Stefano Delle Chiaie, cognome delle Chiaje, esponente della destra radicale, quella un po’ celtica, un po’ spiritualista, in seno al Movimento Sociale Italiano, nonostante le pesanti accuse, se ne sta tranquillo nel suo appartamento di Roma, assegnatoli dal Comune di Roma, a fare proselitismo con toni da professore. Sì, perché gran parte dei terroristi di estrema destra degli anni Settanta non solo sono rimasti nella maggiore parte dei casi impuniti, ma hanno dato un’allure intellettualistica al loro passato. Criminali con la penna.

Come Franco Giorgio Freda, libero da anni. Vive ad Avellino con una giovane scrittrice e fa l’editore di ultra estrema destra, con un sito che lo sponsorizza come un intellettuale da riscoprire: il padre di un “razzismo morfologico” (testuali parole) da opporre «alla mostruosità del disegno di una società multietnica». Freda è stato condannato in tutti i gradi di giudizio per 16 attentati con decine di feriti che nel 1969 inaugurarono la strategia della tensione: bombe in contemporanea sui treni, all’università di Padova, in stazione, in fiera, al tribunale a Milano. Leggiadri, questi terroristi, si godono la libertà e il silenzio di chi non augura, per lo meno a loro, di marcire in galera.

Immagine: Fonte Ansa

Riciclo e riuso nel settore tessile: l’esperienza di VF Corporation

Mer, 01/16/2019 - 02:47

Anche nel settore tessile aumentano le esperienze di grandi aziende, come VF Corporation, che impostano per i loro processi produttivi un modello di economia di tipo circolare. Un modello che riduce lo scarto, differenzia le fonti di approvvigionamento di materia, recupera e ricicla i materiali, fa vivere il più a lungo possibile i prodotti di consumo, massimizzandone il valore d’uso.

Si tratta di un nuovo modo di concepire prodotti e processi tecnologici che si discosta dal paradigma classico dell’economia lineare in cui le materie prime – attraverso l’applicazione di energia e di lavoro – vengono trasformate con l’unico obiettivo di ottenerne prodotti vendibili, occupandosi in seconda battuta e considerando come “rifiuti” da smaltire gli scarti di produzione e dei prodotti a fine ciclo di utilizzo.

Considerando che l’industria tessile è tra le attività produttive più inquinanti al mondo e che in tutti i settori ci si scontra ormai con la scarsità delle risorse, il sistema di produzione lineare non è più sostenibile per il pianeta. Anche guardando al solo post-vendita, i prodotti tessili o la maggior parte di questi vengono distrutti al termine del loro ciclo di vita e le persone utilizzano i loro abiti per tempi davvero limitati rispetto alla “durabilità” effettiva di questi. Secondo l’Environmental Protection Agency, ogni anno l’85% dei prodotti tessili venduti finisce in discarica.

VF Corporation, multinazionale statunitense del casual & sportswear, con in portafoglio marchi come The North Face, Napapijri e Timberland, ha annunciato quest’anno il suo programma “Made for Change” per “rivoluzionare” in modo circolare fasi di produzione, di vendita e di post-vendita.

Un progetto di sostenibilità che riguarda interventi importanti in più fasi del ciclo di vita dei prodotti.

Il primo obiettivo punta a un incremento della raccolta degli abiti usati delle loro marche di almeno il 10% entro la fine del 2020. La raccolta viene effettuata inserendo appositi raccoglitori nei negozi, gli indumenti raccolti hanno tre differenti destinazioni:

  1. se in buone condizioni, vengono sistemati, lavati e rivenduti come di seconda mano;
  2. altrimenti vengono riciclati per tornare ad essere fibre tessili e impiegati in altri comparti;
  3. una quota davvero esigua, circa l’1% del totale viene avviata all’incenerimento.

Oltre all’economia circolare, il programma “Made for Change” prevede un impegno anche sul fronte clima, materie prime e condizioni di lavoro. Tra i nuovi obiettivi e traguardi stabiliti nell’ambito della strategia vi sono l’impegno di VF a ridurre l’impatto ambientale globale dei loro stabilimenti del 50% entro il 2030, e a migliorare in modo misurabile la vita di un milione di lavoratori dell’industria dell’abbigliamento e dei membri delle comunità locali – lungo tutta la filiera – entro il 2025. Impegni che, visti gli impatti del ciclo di vita dei prodotti tessili nelle fasi produttive, sicuramente sono da ritenersi ancor più prioritari.

Un altro impegno va nell’utilizzo di materiali riciclati: almeno il 50% di pet e nylon riciclato da utilizzare in tutte le loro collezioni entro il 2025.

Altra novità per VF Corporation, è la sottoscrizione di una partnership con Circle Economy, organizzazione olandese impegnata nella diffusione di cultura e modelli in tema di economia circolare, per lo sviluppo di una piattaforma che intende supportare le imprese della moda a sviluppare il proprio business secondo i principi dell’economia circolare.

La piattaforma si chiama “The Circle Fashion Tool”, e VF Corporation collaborerà al progetto come testing partner, fornendo feedback sulle funzionalità e il suo utilizzo al team di Circle Economy, che potrà così “tarare” il tool alle esigenze del mercato.

Fonti: 

https://www.adnkronos.com/sostenibilita/csr/2018/07/26/riciclo-riuso-moda-strizza-occhio-all-economia-circolare_8htDR0QDgPJhHNAlTZvncP.html
https://www.agi.it/saperetutto/economia_circolare_riuso_rapporto_agi_censis-4480595/longform/2018-10-12/
https://it.fashionnetwork.com/news/VF-Corporation-si-allea-con-Circle-Economy-per-lo-sviluppo-dell-economia-circolare,949913.html#.W_65V43Qb6o


Immagine di copertina: Armando Tondo

Lo zucchero, questo sconosciuto

Mer, 01/16/2019 - 02:44

Torniamo a parlare con la Dottoressa Melissa Finali, Biologa Nutrizionista. E conosciamo meglio lo zucchero, con un esperimento pratico da veri scienziati!
Che differenza c’è una spremuta di arancia fatta in casa e un succo industriale?

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